Perchè Brigata 36

Per chi volesse leggersi due righe di storia, qui sotto potete trovare le origini del nome che ci siamo dati, ma soprattutto cosa facevano i “nostri nonni”.
ANTIFASCISTI OGGI COME IERI!

Breve storia della 36° Brigata Garibaldi.
La prima formazione organizzata di montagna nell’Appennino romagnolo fu l’8° Brigata Garibaldi, che si formò nelle montagne forlivesi nell’inverno 1943-1944, mentre la federazione provinciale di Bologna del PCI e del CLN valutavano negativamente la possibilità di costituire formazioni organizzate in provincia di Bologna.
Nell’aprile del 1944 quest’orientamento cambiò e furono inviati a Imola Libero Lossanti “Lorenzini” ed Ernesto Venzi “Nino”, che dopo aver preso contatti con la rete clandestina imolese, in particolare con Guido Gualandi “Moro”, decisero di installarsi presso La Dogana, una casa diroccata nei pressi del monte Faggiola che segna il confine fra i comuni di Castel del Rio, Palazzuolo e Firenzuola, e da lì formare un primo nucleo per la costituzione di una formazione partigiana di montagna.
In questa località si incontrarono con un gruppo di giovani provenienti dalla Bassa imolese e da Palazzuolo, che da qualche settimana sopravvivevano in condizioni durissime a causa dell’isolamento e della scarsità di viveri.
Nel frattempo l’8° Brigata di Forlì aveva subito un imponente rastrellamento nazifascista nella zona del Monte Falterona, sbandandosi in numerosi piccoli gruppi che tentavano di sfuggire all’accerchiamento. Due di questi gruppi, capitanati dagli imolesi Giovanni Nardi “Caio” e Luigi Tinti “Bob”, giunsero a fine aprile alla Dogana. Dall’incontro di questi partigiani, denominatisi in un primo tempo 4° Brigata Garibaldi, sorse la formazione che, rapidamente ingrossatasi fino a raggiungere in luglio i 1200 effettivi e ad occupare l’intera valle del Rio Rovigo, prenderà in agosto il nome di 36° Brigata Garibaldi “Alessandro Bianconcini”.
Il nome fu scelto per onorare la memoria dell’imolese Alessandro Bianconcini, professore di violoncello nato nel 1909, antifascista attivo durante tutto il ventennio fascista e volontario nelle Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola. Nel 1942 il regime gli inflisse 5 anni di confino a Ventotene, da dove fu liberato nel settembre 1943. Tornato a Imola si rituffò immediatamente nell’attività clandestina fino al giorno del suo arresto il 9 gennaio 1944. Imprigionato e torturato al carcere della rocca fu fucilato il 27 gennaio come rappresaglia per l’uccisone del federale di Bologna, Eugenio Facchini, per mano di un commando GAP.
Durante tutta l’estate del ’44 la 36° rappresentò una minaccia costante per le forze nazifasciste operanti nel tratto appenninico compreso fra il passo del Giogo e della Colla a sud e le colline di Tossignano e Fognano a nord, nel cuore della linea Gotica, la principale linea di difesa dell’esercito tedesco in Italia. In questo periodo i vari battaglioni in cui era suddivisa la Brigata si resero protagonisti di una lunga serie di assalti, scontri e temporanee occupazioni di paesi per impedire i movimenti logistici dei tedeschi, costringendoli a spostarsi sulla strada Bologna-Firenze, più esposta agli attacchi aerei alleati.
Il livello organizzativo, l’efficienza militare e la combattività dimostrate dalla formazione portarono la 36° ad essere riconosciuta come una delle esperienze più significative della lotta partigiana in Italia, come testimoniato anche dal generale tedesco Von Vietinghoff, responsabile militare della settore compreso fra San Ruffillo e Monte Battaglia, in questa comunicazione del 27 settembre 1944:
“Nel settore dà sempre molto da fare alle nostre truppe una banda molto ben condotta, bene armata e organizzata che ci attacca sempre in combattimento dalle retrovie. Ciò è assai spiacevole tanto che si è espresso il desiderio di effettuare una correzione del fronte a nord del settore”
Le principali battaglie in cui fu impegnata la Brigata si sono tramandate nella memoria attraverso i nomi delle località in cui si sono svolte: Carzolano, Bastia, Casetta di Tiara, Capanno Marcone, monte Cece, Cà di Guzzo, monte Battaglia, Santa Maria di Purocelo.
Uno degli scontri armati più significativi è quello che ebbe luogo nella località appenninica conosciuta come Cà di Guzzo, nei giorni 27 e 28 di settembre del 1944. La prima compagnia del quarto battaglione della 36° nel tentativo di infrangere le linee tedesche e congiungersi con gli alleati, restò isolata e fu accerchiata da 500 paracadutisti ed SS tedeschi in un casolare di montagna sul versante ovest del fiume Sillaro, di fronte a Belvedere. Per due giorni i partigiani, circa un’ottantina, respinsero gli attacchi degli assedianti che, con mortai ed armi automatiche, stringevano sempre più il cerchio attorno al casolare ridotto ormai ad un cumulo di macerie. Il 28 fu deciso dal comandante della compagnia Umberto Gaudenzi di tentare una sortita per rompere l’accerchiamento, la manovra ebbe successo e contro ogni pronostico buona parte dei partigiani riuscì a sfuggire all’assedio pur pagando un alto prezzo: 27 partigiani caduti e quattro civili della casa uccisi insieme ai feriti quando i tedeschi fecero irruzione nel casolare dopo la rottura dell’accerchiamento.
Il 29 settembre giunsero sul posto gli americani della 5° Armata e restano sgomenti per la scena che apparse ai loro occhi. La radio militare americana il giorno successivo alle ore 13 e la sera stessa Radio Italia Libera trasmisero il seguente comunicato:
“I partigiani di una brigata garibaldina hanno combattuto una eroica battaglia contro le truppe tedesche in ritirata, resistendo per due giorni a Cà di Guzzo, trasformata in un fortino. Il nemico ha lasciato sul terreno centoquaranta morti.”
L’attività della 36° terminò nel mese di ottobre 1944, quando in seguito a sanguinosi combattimenti per riuscire a sfuggire alle preponderanti forze tedesche, la gran parte dei partigiani della formazione riuscì a passare il fronte senza sbandarsi né venire annientati, grazie alla compattezza dimostrata ed al sorprendente coraggio e prontezza del comandante Luigi Tinti “Bob”, che pur affetto da malaria ed a tratti incapace di reggersi in piedi riuscì a preservare l’integrità e la capacità combattiva della Brigata.
1669 furono i partigiani riconosciuti come membri attivi della 36°, di cui 121 feriti e 163 caduti in combattimento.

Bibliografia Essenziale.
– AA. VV (1985) Imola Medaglia d’oro, Imola, Galeati.
– Galassi, Nazario (1995) Imola dal fascismo alla liberazione, 1943/1945, Bologna, University Press.
– Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia (2000) Atlante storico della Resistenza italiana, Milano, Bruno Mondadori Editori.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *