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La dignità umana non si “guadagna”

“Basta col buonismo!”
“Mettiamoli a fare qualcosa!”
“Casa nostra, nostre regole!”
“Quanto ci costano?”
 
E via discorrendo… ovviamente parliamo di luoghi comuni e stereotipi sempre più usati nel nostro quotidiano: al bar, al lavoro, in TV, in rete…
Una retorica di pancia alimentata ad arte che, sul malcontento generale, ha saputo costruire una strategia molto efficace di consenso: dare un volto ed un nome al problema e darlo in pasto alla gente.
Il migrante. L’ospite. L’ultimo arrivato.
 
Di contro, chi si riconosce in posizioni più “democratiche” e meno aggressive, scade spesso in un’altra retorica altrettanto dannosa e deleteria: quella del merito, dell’integrazione che passa dall’utilitarismo, dello sfruttamento in pettorina arancione. L’antipasto ce l’hanno già fatto assaggiare molto bene: dopo anni di retoriche sul “bravo migrante che paga le tasse”, “se non ci fossero loro, gli italiani non avrebbero la pensione”, il diritto a permanere su questo territorio è legato al possesso di un contratto di lavoro. Se perdi il lavoro non vali più, sei da cestinare, “tornatene al tuo paese”. Così, assaggiando antipasti buonisti che hanno chiuso gli occhi a molti riguardo al razzismo del permesso di soggiorno legato al lavoro, sono riusciti a farci digerire senza troppi mal di pancia il Jobs Act, il tirocinio gratuito “che fa curriculum”, lo stringere i denti in situazione di sfruttamento perchè “l’importante è lavorare”.
E così si genera il prototipo del migrante che è integrato solo se si “merita” i diritti (non parliamo certo di privilegi), che normalmente vengono a tutti riconosciuti senza sforzo, purchè bianchi ed in silenzio, ovviamente.
Possiamo tranquillamente parlare di razzismo.
 
Oltre al ricatto del documento, lo stillicidio delle attese burocratiche, la paura delle ordinanze e lo spettro delle discriminazioni, il migrante dovrà, dopo tutto questo percorso con le istituzioni, “guadagnarsi il posto” in società, davanti ad un altro tribunale: la gente.
La dignità umana non si deve guadagnare nè tanto meno meritare. Al massimo si deve difendere o sarà una corsa al ribasso.
Fintanto che non si ridurranno le disuguaglianze, la sempre maggiore deriva verso la precarietà non farà che abbassare il livello di dignità per tutti.
Non ci può essere una meritocrazia “pulita” in quanto non si tratta di un valore oggettivo e misurabile, ma si basa su un’idea preconfezionata di talenti e valori determinati dal sistema e dalla classe dominante.
Le nostre possibilità differiscono profondamente, anche in base alla condizione sociale di appartenenza e questo tipo di valutazione sul merito non farà altro che giustificare i vantaggi dei più ricchi e legittimare il disprezzo per i più poveri di mezzi e di opportunità.
 
A lungo termine i rischi per tutti sono concreti:
1. Il principio che per un diritto si debba ricompensare la società;
2. Sempre più spesso si potrà essere “sostituiti”, quando sul mercato sono disponibili prestazioni lavorative gratuite o a basso costo estorte a individui ricattabili;
3. Attività di volontariato invece che essere percepite come una scelta personale vengono usate come strumento per guadagnarsi un diritto all’esistenza o semplice alternativa all’ozio per questi “ingrati”.
 
Se vogliamo una società più equa nei diritti e nelle possibilità, superiamo l’idea di integrazione attraverso l’utilitarismo, denigrante e svilente anticamera dello sfruttamento dell’individuo. Pensiamo al riconoscimento dell’essere umano in quanto tale, fatto non solo di bisogni, ma anche di sogni e desideri, a prescindere da ogni retorica. Non si possono accettare ricatti quando si parla di dignità. Sono processi lunghi e che, resteranno incompleti finchè non si proverà ad andare oltre una logica del “noi” e “loro”. Cerchiamo di smontare la superficiale soddisfazione diffusa di qualche testata locale che, scrivendo di integrazione, metterà qualche foto di migranti in pettorina che raccolgono le cartacce dai prati.
 
csa Brigata 36

JOBS ACT – Seminario sul lavoro a cura del sindacato USB

ciclo-seminari-usb

Il csa Brigata 36 e l’Unione Sindacale di Base propongono un ciclo di tre seminari per approfondire le tematiche d’attualità del mondo del lavoro da un punto di vista pratico, per conoscere e discutere dei diritti di cui ci stanno privando e di come fare per riprenderceli e mantenerli.

Tutti gli incontri si svolgeranno al csa Brigata 36, in via Riccione 4, a Imola

3° incontro
Martedì 3 novembre 2015, ore 20.30
JOBS ACT
con Valentina Delussu e Michele Cirinesi

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Il csa Brigata 36 è uno spazio sociale autogestito e antifascista.
info@brigata36.it

CON RENZI E POLETTI PIÙ PRECARI E MENO TETTI

Testo del volantino distribuito il 17 maggio durante la contestazione fatta al ministro Poletti, intervenuto ad un comizio dal prato della Rocca di Imola.
“LA COOP SEI TU, CHI TI SFRUTTA DI PIU’?”

17maggio

CON RENZI E POLETTI PIÙ PRECARI E MENO TETTI

Come c.s.a. Brigata 36 oggi, sabato 17 maggio, siamo qui a esprimere la massima contrarietà al ministro del lavoro Poletti ed al Governo che rappresenta e che riteniamo responsabile del malessere di milioni di persone.

Questo luogo, il fossato della Rocca, è, per la nostra città, il campo di battaglia simbolico della lotta per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Infatti, da quattro anni, ospita ad ogni primo maggio, la Coppa del Precario, una giornata di sport e socialità ma soprattutto una giornata di denuncia contro il continuo peggioramento delle condizioni lavorative.

Il “Jobs Act” recentemente approvato e voluto dal Governo Renzi sotto la guida del ministro Poletti, permettendo di estendere i contratti a termine senza causale fino a 3 anni e lasciando comunque la possibilità di licenziare il lavoratore o la lavoratrice una volta terminato il rapporto, rende la precarietà una condizione di vita.

Poletti oltre che ministro della precarietà è il simbolo di quel mondo delle cooperative sempre più responsabile di situazioni di sfruttamento e di casi di corruzione. Lo abbiamo visto con i lavoratori della logistica licenziati e sfruttati alla Granarolo e all’Ikea, con i dipendenti sottopagati della Coopservice, o con le vicende legate ad Expo che hanno coinvolto il colosso Manutencoop e l’imolese Cefla.

Non riteniamo che il Jobs Act possa essere in alcun modo utile a risolvere il dramma della disoccupazione, sia sul piano nazionale che su quello locale, che pure vede numerose situazioni di criticità come la Cooperativa Ceramica di Imola dove i lavoratori si trovano in grave situazione di precarietà.

Come tutti sappiamo, la precarietà, la disoccupazione, i bassi salari, sono una delle cause che oggi in Italia determinano l’emergenza abitativa. Il governo, di cui Poletti fa parte, ha in questi giorni approvato un decreto legge che, ben lungi dal risolvere il problema, favorisce il trasferimento di risorse pubbliche nelle mani dei privati, criminalizzando chi, non avendo altra possibilità, è costretto ad occupare abusivamente un alloggio (tra l’altro l’art. 5 di questo decreto contiene palesi indizi di incostituzionalità).

È per questo che ci siamo sentiti in dovere di ribadire che chi precarizza e sfrutta non è il benvenuto, che non abbiamo intenzione di tollerare chi continua, a colpi di fiducia, a sopprimere i diritti delle persone e come sempre continueremo ad autorganizzarci perchè tutte e tutti abbiano casa, reddito e dignità.

csa Brigata 36

CONTRO IL JOBS ACT

A ridosso dell’approvazione definitiva del Jobs Act voluto dal Governo Renzi pubblichiamo il testo dell’intervento letto durante la Coppa del Precario questo primo maggio.

Come trattare in questa giornata la riforma del lavoro che il governo Renzi ci sta propinando se non facendolo con termini calcistici: ecco allora che possiamo definire questa riforma uno dei peggiori interventi a gamba tesa contro le giovani generazioni, formate da precari e precarie, disoccupati e disoccupate, fino a chi sta ancora completando il percorso di studi ma già può benissimo immaginare che entrerà a far parte di quel serbatoio di lavoratori e lavoratrici usa e getta voluto dal PD e dai suoi alleati.
La principale novità introdotta dal Jobs Act è la liberalizzazione della precarietà, assunta come modello di vita da imporre a tutta la società: i contratti a termine senza causale, ovvero senza bisogno di spiegare il perché della temporaneità del rapporto di lavoro, sono estesi fino a 3 anni, triplicando quanto previsto dalla precedente riforma Fornero.
Ebbene sì, il ministro del lavoro Poletti è riuscito nella difficile impresa di superare, utilizzando il gergo calcistico, “sulla fascia destra” l’attacco distruttivo ai diritti dei lavoratori portato dai precedenti governi.
È dunque estendendo ancora di più la precarietà dei contratti a termine e dell’apprendistato il modo in cui Renzi pensa di diminuire la disoccupazione, in costante aumento da tempo e a livelli insostenibili per le fasce più giovani.
E’ evidente che la vera intenzione di Renzi non è diminuire la disoccupazione, ma semmai ridurre ulteriormente il potere rivendicativo dei lavoratori e delle lavoratrici, per poterci così abbassare più facilmente i salari e renderci sempre più ricattabili e pronti ad accettare di tutto.
Queste politiche di riduzione salariale, attuate in ottemperanza alle esigenze dei poteri forti dell’economia europea, produrranno i risultati che già si sono visti altrove, per esempio in Grecia.
Ci troviamo di fronte a un vero e proprio crimine sociale, una condanna al precariato perpetuo, e per di più ci spacciano come migliorativa la possibilità di rinnovare “solo”, ed il solo è tra virgolette, 5 volte in 3 anni il contratto a termine invece che 8, mentre l’unica preoccupazione per il padrone sarà quella di non superare il termine di 36 mesi (quando andrà bene) per non passare ad un contratto indeterminato. Un po’ come perdere 5-0 invece che 8-0, i tifosi ne saranno entusiasti!
Ci vogliono far vivere sotto il ricatto permanente di una mancata proroga, con rapporti di lavoro spezzettati in contratti di qualche mese, salvo poi permettere al padrone di ricominciare da capo allo scadere dei tre anni con una nuova persona sfruttabile, rendendo oltretutto più difficile maturare il diritto a una indennità di disoccupazione decente.
Renzi e Poletti sperano di ottenere questo risultato dividendoci, e tenendo buoni i lavoratori già strutturati, che potrebbero ancora protestare portando avanti le istanze di precari e disoccupati, attraverso la promessa di qualche decina di euro in più in busta paga.
Ecco allora i tanto sbandierati 80 €, destinati solo a chi il lavoro ce l’ha già ed escludendo chi ne avrebbe più bisogno, disoccupati, incapienti, false partite iva, persone con reddito annuale sotto gli 8000 €, abbandonati a loro stessi con la colpevole distruzione e privatizzazione del welfare e dei servizi.
Questo scempio non servirà neanche a favorire la ripresa economica o la competitività delle imprese a livello nazionale. È infatti un forte disincentivo ad investire sulla forza lavoro, con scadenze contrattuali che verranno utilizzate come strumento di ricatto e minaccia, senza il minimo interesse per creare una continuità lavorativa.
Per le donne poi questi contratti brevi e rinnovabili più volte consentiranno di disfarsi senza problemi di una lavoratrice in caso di gravidanza, aggirando legalmente le norme a tutela del divieto di licenziamento durante il cosiddetto periodo protetto. Non occorrerà neppure più far firmare, illegalmente, dimissioni in bianco, o indagare, sempre illegalmente, sulle intenzioni procreative al momento dell’assunzione. Basterà fare loro sistematicamente contratti brevi, non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza.
Il ministro del lavoro Poletti proviene dai vertici di Legacoop e si inserisce nel governo Renzi come perfetto esecutore del programma ultra-liberista voluto dal PD. Ed allora un lato positivo la sua figura in fondo ce l’ha: ci aiuta infatti a chiarire la natura repressiva e nemica dei lavoratori e delle lavoratrici sia dei colossi della cooperazione che di un partito che, tornando alla metafora calcistica, dovrebbe essere mancino ma ci prende a calci con il destro.
Anche il più convinto sostenitore dei valori solidali e mutualistici a cui le grandi cooperative dovrebbero rifarsi può ora vedere nitidamente l’attacco che queste, attraverso Poletti, hanno sferrato ai diritti di tutti e tutte, e non più solo ai propri dipendenti. Come nel caso della Legacoop, l’enorme piovra cooperativa che domina in Emilia Romagna e che attraverso le sue associate ha lanciato un modello di lavoro che più che cooperativistico è un rullo compressore dei più basilari diritti conquistati nei decenni passati. Ne vediamo esempi alla Granarolo, dove 51 persone sono state licenziate per aver osato protestare contro una riduzione consistente dello stipendio, o all’interno dell’Università di Bologna, dove ci sono persone pagat* 3,80€ all’ora, mentre la Coopservice, vincitrice dell’appalto (e associata Legacoop), intasca il 40% di utile netto, in un vero e proprio racket istituzionalizzato.
Speriamo quindi che sempre più persone si rendano conto verso che livello di sfruttamento e impoverimento sociale ci stanno portando i nuovi padroni e i vecchi politicanti di questo sistema: è tempo di non subire più passivamente e di capire che la miglior difesa è l’attacco.
Dobbiamo riprenderci una vita dignitosa e non costantemente sotto ricatto, reclamare un reddito e una casa, che spettano a tutti e tutte, senza più dover dipendere da genitori o altri aiuti, e combattere la precarietà a cui ci vogliono condannati, questa volta sì, a tempo indeterminato.
Ricordare oggi il 1° maggio non deve servirci solo come commemorazione o abitudine: usiamo questa giornata per ricompattarci, mettendo in campo l’unità tra studenti, disoccupati e occupati più o meno precari.
csa Brigata 36